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> I POPOLI DELL'ALTOPIANO 

> I Tigrini

Magri, affusolati, spigolosi, abituati a ogni fatica, decisi e determinati. Sono le caratteristiche di questo popolo dell’Etiopia settentrionale che vive a cavallo della frontiera con l’Eritrea. Orgogliosi eredi della grandiosità di Axum e dell’isolamento monastico di Debre Damo, i Tigrini sono stati, da sempre, i rivali degli Amhara, così lontani da queste montagne, eppure così decisi a comandare su tutte le sponde degli altopiani. E’ stata una rivalità secolare: il Tigray è sempre stata la regione abbandonata, insofferente, inquieta, a cui gli imperatori amhara hanno guardato con diffidenza e preoccupazione. Una regione difficile da controllare: i ras tigrini hanno sempre mal sopportato il dominio dei nobili amhara e solo una volta, in 700 anni di storia, un tigrino è riuscito a salire sul trono del "re dei re".
I Tigrini hanno impugnato le armi contro la dittatura di Menghistu: l’Eprdf, il Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiopico, oggi al potere ad Addis Abeba, è un’organizzazione-ombrello creata, con realismo politico, dal Tplf, il Fronte di liberazione del Tigray, alla vigilia della vittoria finale contro il " negus rosso " : un’organizzazione regionale non poteva certo aspirare al governo di tutta l’Etiopia; un partito nazionale, sì. E Meles Zenawi, leader tigrino nato ad Adwa, è dal 1991 l’uomo che regge il destino dell’Etiopia.
I Tigrini sono agricoltori sedentari, hanno un legame profondo con la terra. Hanno uno spiccato senso della gerarchia, con i consigli di villaggio, i baito, al vertice del potere locale. Sono cristiani copti influenzati dal monastero di Debre Damo e dalle grandiose chiese ruprestri attorno a Makallé.
Abitano negli hedmò, case di pietra isolate, a pianta rettangolare, spesso costruite in zone inaccessibili: un’unica grande stanza funziona da camera, da magazzino, da cucina. Le pietre dei muri sono saldate insieme con malta. Il tetto è piatto, colonne in legno sorreggono un soffitto di ramaglie intrecciate e tenuto insieme dall’argilla. Il tetto si prolunga all’esterno, creando davanti alla porta della casa una sorta di porticato in cui sedersi a lavorare o a chiacchierare alla luce di piccoli fuochi. Un recinto, in pietra o costruito con arbusti spinosi, circonda la casa e indica la proprietà privata della famiglia.


> Gli Amhara

Conservatori, testardi, dispotici, fatalisti. Oppure: aristocratici, orgogliosi, fieri. La forza della nobiltà e del clero risiedeva in rituali costanti, nella potenza millenaria di una tradizione che si perde nella notte dei tempi, nell’autorità del Cristianesimo, nella solitudine e nella separatezza della vita di corte e dei nobili. Attorno alla sacralità dell’impero vivevano milioni di contadini avvolti nello shamma, nel tessuto di cotone grezzo come unica difesa contro il gelo dell’altopiano. Gli Amhara, per secoli, sono stati l’etnia dominatrice, hanno cercato di imporre le loro leggi a tutta l’Etiopia. In settecento anni di storia, solo una volta il "re dei re" non è stato un amhara, ma un tigrino. Sono stati nemici mortali dell’indipendentismo eritreo, hanno conteso per secoli il potere coi tigrini: un conflitto che ha segnato la storia dell’Etiopia e che continua latente. Non a caso il tigrino Meles Zenawi, dopo la caduta di Menghistu, abbia scelto come capo del governo proprio un amhara.
L’amharico è la lingua ufficiale etiopica: parlata ad Addis Abeba, nel Gojjam, a Gonda e nel Wollo Occidentale. Viene però insegnata ovunque.
Fuori dalle città il villaggio amhara è molto più simile all’insediamento di una famiglia allargata che a un vero e proprio paese. I tukul circolari hanno il tetto di canniccio, sono privi di cappa fumaria e le pareti sono di cicca, un impasto di argilla e paglia di teff. Un palo, al centro della casa, sostiene il soffitto. La pianta circolare riprende l’architettura delle chiese copte. E i cristiani copti, i sacerdoti e i monaci di questa regione "di pietra", sono il vero potere della civiltà amhara, il punto di riferimento. Eddil, l’idea del fato, del destino, è inseparabile dalla cultura amhara. La vita di un contadino amhara, del suo villaggio, della sua famiglia è disciplinata dal volere di Dio.


 

> I Falasha

I giudei di Etiopia sono i Falasha, una parola amharica quasi spregiativa, che ha il significato di "sradicati". I Falasha sono pochi: all’inizio di questo secolo erano, forse, 50mila persone, concentrati nella regione di Gondar e del lago Tana. Erano davvero dei superstiti: alcune cronache testimoniano che, nel XVII secolo, i Falasha fossero più di un milione. Adesso, dopo gli esodi degli anni ’80 e ’90, sono scomparsi dalle montagne dell’altopiano etiopico. Anche le stime più ottimistiche dicono che gli ebrei d’Etiopia non sono più di un migliaio.
Ma la storia dei Falasha, dei Betha Israel, come si chiamano in lingua ebraica, deve essere raccontata. E’ una storia grandiosa e tragica. Incertissime le loro origini: provengono dall’antico Egitto? Erano gli antenati degli ebrei che non riuscirono o non vollero seguire Mosè nel viaggio verso la Palestina? O erano nuclei di commercianti, residenti in Egitto, che risalirono il corso del Nilo secoli prima della nascita di Cristo? Oppure erano discendenti della tribù ebraiche stanziate nella penisola arabica? O erano, davvero, i leggendari eredi del capostipite Menelik, figlio della regina di Saba e di re Salomone? Più probabilmente i falasha sono arrivati sugli altopiani etiopici a piccole ondate migratorie successive, provenienti da diverse regioni vicine. La fede li riunì. Una sola certezza: la loro presenza non è ignota ai cronisti del IX secolo. E la loro storia è segnata da perenni persecuzioni. La restaurazione salomonide, del 1270, condannò i Falasha: la chiesa copta non ammetteva concorrenti, l’ebraismo poteva essere una minaccia per il potere sacrale dei negus e gli ebrei vennero bollati come rinnegati e crocifissori. Gli ebrei d’Etiopia morirono a migliaia e a migliaia furono venduti come schiavi. Da allora, per gli Amhara, i Falasha furono semplicemente i "portatori di malocchio", gente relegata all’ultimo gradino della scala sociale, destinati a fare i fabbri, i tessitori, i tintori, lavori manuali considerati fra i più infimi.
I Falasha rimasero confinati nei villaggi intorno a Gondar. Nel loro isolamento continuarono a proclamarsi ebrei, a osservare il sabato, a leggere la Torah, a circoncidere i bambini all’ottavo giorno, a frequentare piccole case a pianta rettangolare sormontate dalla croce di David. Nessuno, nemmeno i sacerdoti falasha, conosceva l’ebraico, i riti avvenivano in lingua ghe’ez. Il dibattito teologico sulla ebraicità dei falasha ha diviso le comunità ebraiche e Israele. Solo nel 1973, il rabbino capo seferdita di Gerusalemme si è pronunciato a favore dei Falasha. E due anni dopo il rabbino capo degli ashenazi ha confermato questo giudizio. Era questa la condizione per la quale il ministero degli Interni israeliano potesse riconoscere l’applicabilità della Legge del Ritorno ai Falasha etiopici, cioè concedere loro la cittadinanza israeliana. Nacque così, nei primi anni ’80, l’operazone Mosè: migliaia di Falasha lasciarono, più o meno clandestinamente, l’Etiopia. Una replica si ebbe nei mesi finali della guerra civile contro la dittatura di Menghistu: armi in cambio dell’autorizzazione all’esodo. 15mila falasha, quasi tutta la comunità ebraica etiopica superstite, lasciarono il paese con un ponte aereo. Fu ribattezzata operazone Salomone. Ma questa volta arrivarono in Israele anche migliaia di Falash-mura, i marrani, figli degli ebrei etiopici convertiti, alla fine dell’ottocento, al cristianesimo; difficile la loro integrazione in Israele una volta svelata la loro fede. Complicato anche il dialogo fra gli ebrei etiopici cultori di un ebraismo così arcaico e originale, ricco di regole e abitudini proprie e i custodi israeliani dell’ortodossia ebraica. I Falasha, ebrei neri, che avevano vissuto per oltre 2000 anni nel completo isolamento, non potevano infatti conoscere la Halachach, la legge orale ebraica codificata nel Talmud solo nel 500 d.C.

 

> I POPOLI DELLA SCARPATA

> Gli Oromo

Uscendo da Addis Abeba e incamminandosi sugli altopiani appena oltre la conca della capitale etiopica, entriamo già in territorio oromo. Uomini a cavallo di destrieri riccamente bardati, le selle ricamate con colori forti, le criniere circondate da una lunga corona di sbuffi di cotono.
Appena fuori Addis Abeba cambia la lingua, le insegne, il modo di vestire. Sulla bandiera della regione oromo spicca un colossale sicomoro, l’albero della pace, l’albero sotto la cui ombra si riuniscono le assemblee dei villaggi e vengono prese le decisioni più importanti. Gli oromo controllano una regione che dai confini del Kenya raggiunge le savane intorno ad Harar ad est e le frontiere del Sudan ad ovest. Sono il popolo più numeroso del Corno d’Africa: oltre 22 milioni. Per secoli, per i padroni dell’Ethiopia, gli oromo non sono mai esistiti: erano liquidati e disprezzati come pagani, come dei stranieri.
Gli Oromo sono, in realtà, una confederazione di popoli originari dell’Etiopia: dal loro leggendario capostipite derivano i Borana e i Barentu. L’albero genealogico oromo si è poi diviso in sei gruppi principali e 200 sottogruppi. La loro regione di insediamento era attorno ai monti Bale, nella zona di Fugug: contadini sedentari che divennero pastori solo dopo migrazioni verso i bassopiani. Un complesso sistema sociale, il Gada, ha creato le condizioni per gli spostamenti di intere generazioni oromo e, insieme alla pressione di altri popoli dell’Etiopia meridionale, ha dato vita a un singolare espansionismo.
La storia di questo popolo è segnata da un’imponente migrazione nel XVI secolo: migliaia e migliaia di Oromo si spostarono verso lo Shoa, l’Amhara e, a occidente, verso la regione del fiume Gibe. Cercavano terre ricche e fertili. Nacquero perfino unità statali oromo: attorno al 1800 furono disegnati i confini di cinque regni oromo nell’Etiopia occidentale, il più importante dei quali aveva come capitale Jima.
Gli oromo sono in grande maggioranza musulmani. Insieme ai Tigrini sono stati fra i protagonisti della lotta contro Menghistu, benché anche il "negus rosso" fosse di origine oromo. Ancora oggi una parte degli Oromo guarda con diffidenza ai governatori di Addis Abeba. L’Oromo Liberetion Front ha scelto l’opposizione armata contro il governo di Meles Zenawi.

> Gli Afar

Nomadi, orgogliosi, fieri, solitari, scorbutici: gli Afar, o Dancali (o danachili) sono la gente del deserto di lava della Dancalia. Gli Afar sono gelosi del proprio controllo del territorio e sono divisi in numerosi clan e sottoclan in perenne rivalità fra di loro per i pozzi d’acqua, per il sale e per le rotte della transumanza. Gli Afar dell’Etiopia sono allevatori di cammelli, nomadi in perenne movimento, mercanti di sale. Mal sopportano i controlli statuali, gelosi della propria indipendenza. La stessa parola afar può essere tradotta con "liberi". Secondo altri fonti indicherebbe invece solo la discendenza dal capostipite Ophir.
Gli Afar provengono dalla penisola arabica, sono un antico clan camitico mischiatosi con tribù semitiche, musulmani con tracce evidenti di commistioni pagane. I villaggi afar sono accampamenti nomadi formati da capanne a forma di piccole cupole: è il burra. Lo scheletro di queste capanne, lunghi pali ricurvi, e le stuoie delle pareti, sono arrotolati sui fianchi dei cammelli durante i mesi delle peregrinazioni: gli Afar si fermano, in genere, non più di tre mesi nello stesso luogo. Gli accampamenti sono composti da poche capanne: raccolgono alcune famiglie allargate. Tatuaggi e scarificazioni sono i segni del clan e della tribù. Le donne sono a seno nudo o si coprono, quando sono sposate, con un velo trasparente, lo shash. Gli uomini sono esili, difficilmente parlano amharico: alla cintura portano il jile, pesante coltello ricurvo. Spesso girano armati con vecchi fucili.


> I Somali

Oltre Harar, il passo Mardà nasconde la città di Jijjiga e le savane sconfinate che termineranno solo contro le onde dell’Oceano Indiano. E’ una frontiera naturale e la nuova Etiopia è stata capace di un gesto politico di grande importanza: questa regione senza fine, questo cuneo arido che si piega verso la punta del Corno d’Africa e si allarga fino alle frontiere col Kenya, è la Somali region della Repubblica Federale d’Etiopia. Gli irrequieti confini fra Somalia e il Somaliland etiopico non hanno senso per le migliaia di carovane di cammellieri somali. Pima questo era l’Ogadem, l’Hararghe, e qui le guerre non sono mai mancate. I Somali erano sempre stati smembrati fra le aspirazioni coloniali di Italia, Francia, Gran Bretagna ed Etiopia.
I Somali possono ora commerciare, viaggiare, muoversi liberamente, contrabbandare in questo immenso triangolo di terra. Oggi è diventata una regione di profughi, di gente sradicata, di clan divisi da rivalità per i pascoli, per i pozzi, per i terreni arabili e ora, anche per l’accaparramento degli aiuti internazionali. Proprio questi ultimi hanno favorito un’amara sedimentarizzazione: metà dei Somali d’Etiopia non sono più nomadi, ma contadini-pastori.
 

> LA VALLE DELL'OMO

 

> I Guraghe

Sono una delle più numerose etnie dell’Etiopia, tre milioni di persone che vivono a poco più di 100 chilometri da Addis Abeba, tra Wolkite e Hosanna. I Guraghe sono i commercianti, i mercanti, gli intermediari.
Popolazione semitica, forse originaria dell’Eritrea, i Guraghe erano diventati abili mercanti grazie agli italiani.
Salvati dalle carestie, come molte popolazioni del Sud-Ovest dell’Etiopia, dalla coltura (e cultura) dell’ensete, il falso-babano, i Guraghe sono un’etnia dalla complessa composizione sociale. Organizzati per lignaggi, con un capostipite mitologico, i gruppi guraghe sono segmentati al loro interno e tra i diversi spezzoni sociali si formano alleanze, si risolvono dispute, si struttura una coesione sociale. Parlano infiniti dialetti: due guraghe che abitano a 50 km di distanza rischiano di non capirsi, e da buoni musulmani, sono costretti a usare l’arabo per intendersi.
I Guraghe sono collettivisti e, allo stesso tempo, rispettano la proprietà privata.

> I Konso

I Konso, 250mila persone, vivono fra le colline a sud del lago Chamo. Popolo di agricoltori sedentari di origine cuscitica, sono famosi per i loro campi grandemente lavorati: ordinati terrazzamenti di pietra protetti da solide palizzate e da mura a secco. Superbi i loro villaggi; solidissime le loro capanne: una stretta porta-tunnel di tronchi ricurvi è l’accesso ai cortili familiari. Sono un popolo unito, con una forte etica del lavoro collettivo e della solidarietà. Sono celebri come scultori delle teste di legno, i waga, che raffigurano gli antenati e rendono fertili i terreni. Bravi musicisti, suonano, nelle ore del tramonto, nenie melanconiche con flauti e tamburi. Famosi artigiani: carpentieri geniali, fabbri, tessitori, vasai, lavorano con abilità anche la pietra.
I Borana
I Borana,"le genti del mattino" (boru è traducibile con "aurora"), sono il più importante gruppo oromo dell’Etiopia meridionale. Fieri, orgogliosi, guerrieri, si considerano l’etnia primogenita, il popolo più puro del gruppo oromo, non corrotto dalla modernità. Pastori seminomadi che si muovono, con le loro mandrie, a cavallo della frontiera fra Kenya e Etiopia. Vivono in capanne di canniccio tenute insieme dall’argilla e dal fango. Sono piccole cupole dalle intelaiature facilmente smontabili per essere trasportate durante le lunghe transumanze. I Borana estraggono il sale, essenziale per l’alimentazione dei loro bovini, da piccoli laghi vulcanici. Sono abili ingegneri idraulici: scavano, con un lavoro immane, pozzi a gradoni, profondi fino a 30 metri.
I Borana sono un clan unito. La pace e l’armonia sono comandamenti da rispettare all’interno dell’etnia, ma non valgono verso "gli stranieri". Sono infatti guerrieri bellicosi ed aggressivi. Uccidere un altro uomo è, ancora oggi, un onore: vuol dire conquistare lo status di guerriero. Solo chi ha ucciso un nemico può fregiarsi del titolo di diira, il "virile". Il Borana taglia all’avversario ucciso il pene e i testicoli: è la prova dell’impresa omicida. Solo chi esibisce tale trofeo ha diritto di indossare orecchini, collane e bracciali d’avorio. Chi non ha ucciso nessuno non è degno di sposarsi.


> Gli Hammer

Gli Hammer vivono nelle savane a occidente del lago Chew Bahir, il Lago di Sale. 15mila di loro sono stati scacciati dalle loro terre dagli eserciti amhara di Menelik oltre un secolo fa: sono pastori nomadi o seminomadi dalle tradizioni complesse e radicate. La loro vita è guidata da un elaborato sistema sociale, complicate cerimonie rituali segnano i loro giorni. La loro ricchezza sono le vacche che conducono fino al fiume Omo per abbeverarle nei mesi della stagione secca.
Nelle danze rituali, gli Hammer sono sicuramente una delle etnie più affascinanti: si truccano con calce bianca e le acconciature delle ragazze destinate a sposarsi hanno capelli impastati di ocra rossa.
Gli uomini hamer si modellano, sulla testa, crocchie e cercine di argilla sormontate da penne di struzzo. Sono gli emblemi del coraggio: il guerriero ha diritto di fregiarsi della penna di struzzo e della cercina di argilla per un anno intero dopo un atto eroico. Gli uomini si muovono stringendo fra le mani il borkota, un poggiatesta di legno. Anche per gli hammer, il sistema sociale poggia sulla divisione per età degli uomini. Sono superstiziosi: i figli gemelli, i bambini nati fuori dal matrimonio o con dentature deformi sono abbandonati nella foresta. Al pari di oggetti impuri, sono considerati mingi, capaci di provocare sfortune e cattiva sorte.


> I Karo

Sono un popolo ormai sull’orlo della scomparsa. Poche centinaia di contadini sedentari sopravvivono, in miseri villaggi, sulle sponde orientali dell’Omo. Collane di cauri avvolgono il collo delle donne. Un chiodo labiale trafigge, spesso, il mento dei Karo. Scarificazioni addominali, provocate da acqua e cenere, incidono il loro corpo. Sono, nelle donne, un richiamo sessuale. Negli uomini, tali scarificazioni rivelano, invece, l’uccisione di un nemico o di un animale pericoloso.
I Karo, come i Surma, altra etnia omotica, trasformano, con gesso e acqua, i loro corpi in arzigogolati affreschi surreali. Gli uomini dipingono le donne e i bambini. La pittura diventa un vestito.
Anche i Murle sono vanitosi. Originari del Sudan, numerosi (60mila persone), si aggrovigliano i cappeli in acconciature arricchite di cercine di argilla. In realtà queste pettinature sono un privilegio ancestrale, quasi un culto.
Anche i Bumi, popolazione di cacciatori e raccoglitori che vive in una zona remotissima a nord del bacino dell’Omo, sono conosciuti per le loro acconciature. Si nutrono di carne di coccodrillo, di miglio e di mais. Le scarificazioni trasformano il loro volto in una sorta di maschera di carnevale. Le cercine di argilla, sulla testa, sono uno dei simboli del coraggio.


> I Mursi

Le donne mursi si deformano le labbra inserendovi un disco di argilla. Si incidono il labbro inferiore pima dei 20 anni: con il tempo questo labbro sarà stirato con dischi labiali sempre più grandi. L’unico altro posto al mondo dove si può incontrare l’uso del piattello labiale come forma di abbellimento è l’Amazzonia.
E’ probabile che la grandezza del piattello stia ad indicare il numero di capi di bestiame che la famiglia della ragazza chiede per concederla in moglie: un grande piattello labiale può equivale anche a 50 capi di bestiame. Il piattello, a volte anche a forma triangolare, non può essere levato che per mangiare o dormire.
I Mursi, come i Bodi, si infliggono ferite a forma di ferro di cavallo sul braccio: è la prova dell’uccisione di un nemico.


> I Nuer e gli Anuak

Gli Anuak vivono nel cuneo etiopico che si insinua nel Sudan: è il bacino del fiume Baro, l’occidente estremo dell’Etiopia. Sono un’etnia nilotica: bella gente dalla pelle molto scura. Vivono seminudi in terre fertili, ma all’agricoltura preferiscono la pesca. Le famiglie allargate vivono in recinti di cinque, sei capanne di fango e canne, a volte decorate con immagini di animali o simboli scaramantici. Le donne trasportano l’acqua dentro zucche svuotate. Spesso ai bambini anuak si estraggono, all’età di 12 anni, i sei denti frontali inferiori come elemento di decorazione.
I Nuer, altra etnia nilotica di origine sudanese, sono alti, dinoccolati, magri: riconoscibili per le numerose scarificazioni parallele che incidono il volto, la schiena e il ventre. Pescatori provetti, i Nuer sono anche grandi allevatori.


> I Sidamo

Popolo cuscita, pastori nomadi diventati nei secoli contadini sedentari, discendenti da due leggendari capostipiti, Bushe e Maldea, i Sidamo sono circa due milioni. Sono ancora oggi organizzati, nelle immense aree rurali a sud di Awasa, in forma rigidamente gerarchica: al vertice della piramide stanno i nobili, gli yemereno, e, quasi degni dello stesso potere, vi sono gli uomini liberi, i wollawa. Al di sotto i gradini sottomessi dei wata, gli artigiani, considerati come iettatori, e dei borojje, i servi, i discendenti degli schiavi.
Anche se convertiti all’Islam o al cristianesimo, i Sidamo conservano un loro immenso universo animista: Wolqa è la forza cosmica che provoca ogni evento. Le pratiche magiche sono rituali costanti nella vita quotidiana dei Sidamo. Ma, sopra ogni cosa, appare Maganu, essere onnipotente e immortale: è il custode della vita, il vero creatore, giudice del destino di ogni uomo, mentre Shetanu è lo spirito del male. Batto, la madre terra, è invece la divinità che può concedere o negare ai Sidamo la fertilità e la buona riuscita dei raccolti.
Il sistema luwa suddivide in stati sociali i Sidamo. E’ un complesso sistema (analogo al Gada degli Oromo) suddiviso in cinque classi di età. Il gradino più alto della scala dei valori viene raggiunto con la circoncisione, rito che sancisce l’ingresso nell’età della saggezza. L’anziano è il depositario del sapere, è un uomo puro, deve essere rispettato. La sua benedizione è ricercata, la sua maledizione temuta. Il songo, il consiglio degli anziani, decide su ogni aspetto della vita sociale dei Sidamo. Non solo: gli anziani sono i guaritori del villaggio sidamo. All’altro capo della scala sociale stanno le donne: esse non hanno voce, sono subalterne, sono private di ogni genealogia, diventano di proprietà della famiglia del marito, la clitoride viene escissa prima del matrimonio, sono escluse dalla dinamica del luwa.

 


 

 

   Regione del Tigray

 

 

 

      

 

 

 

 

 

 

 

   Regione degli Amhara

 

 

 

 

 

 

 

 
 

  

  

  

  

  

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

  Regione degli Oromo

  

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

   

 

 

 

  Regione degli Afar

 

 

 

 

 

 

 

   Regione dei Somali

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   Regione dei popoli
della Valle dell'Omo

 

   

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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